Nel suo libroPensieri lenti e veloci (Saggi), Daniel Kahneman racconta di un esperimento fatto: se si chiede alle persone come è stata un’esperienza che hanno appena vissuto (piacevole o spiacevole?), la risposta sarà in gran parte influenzata da:
i momenti “di picco”: ossia momenti particolarmente piacevoli o particolarmente spiacevoli
il momento finale dell’esperienza.
Immaginate di trascorrere una vacanza magnifica, ma il giorno del rientro piove a dirotto, la compagnia aerea perde il vostro bagaglio e vostro figlio ha la febbre alta.
Se dopo una settimana un amico vi chiede com’è stata la vostra vacanza, voi avrete un ricordo peggiorato a causa dell’ultimo giorno, come se anche i giorni prima non fossero stati poi così meravigliosi.
Vi racconto di questo esperimento perché è utile da sapere quando riordiniamo la nostra casa: se lavoriamo finché siamo stanche morte avremo un peggiore ricordo della nostra esperienza e sarà più difficile che venga voglia di ripeterla.
È meglio dunque fermarsi prima, nel momento in cui si è soddisfatti del lavoro fatto ma prima di sentirsi esausti!
Secondo John Rohn, imprenditore, autore e speaker motivazionale statunitense, noi siamo la media delle 5 persone con cui trascorriamo più tempo.
Molto probabilmente abbiamo gli stessi valori, le stesse credenze, le stesse abitudini, gli stessi interessi, lo stesso stile di vita, ecc.
In realtà anche le 5 attività che svolgiamo più spesso durante la giornata dicono molto di noi: ci interessa più il lavoro o la famiglia? Preferiamo aiutare gli altri o dedicare del tempo a noi stessi?
Stessa cosa per i luoghi: ci chiudiamo più spesso in un bar o stiamo all’aria aperta? Andiamo in biblioteca o a giocare al Bingo?
Tutto questo per dire che è inutile cercare di organizzare la nostra agenda e i nostri impegni se il nostro stile di vita non è in linea con ciò che vorremmo essere.
Esempio: se vogliamo una casa pulita e in ordine, ma frequentiamo amiche che trascorrono metà giornata al lavoro e l’altra in palestra o al cinema, è un po’ difficile pensare di raggiungere il nostro scopo.
Non voglio dire che sia sbagliata una vita dedicata alla carriera e a se stesse. Dico solo che va scelta consapevolmente in base a quanto si vuole raggiungere.
Quindi, capiamo cosa è davvero importante per noi, scegliamo le amiche e le attività che più si adatto a questo scopo e una volta fatto un bel lavoro di scrematura – eliminando tutto ciò che non è coerente – sarà sicuramente più facile organizzare tempo e impegni!
Dal 1° gennaio di quest’anno tengo un diario. Racconto quello che mi succede, le mie speranze, i miei sogni, le mie meditazioni e le mie delusioni.
Insomma, come si fa in un qualsiasi diario personale. Ma questo diario non si ferma qui: è programmato per durare 5 anni.
Ad ogni pagina è associato un giorno dell’anno, ad esempio il 25 gennaio. Poi, ciascun giorno dell’anno è suddiviso in 5 parti: nella prima racconto il 25 gennaio 2018, nella seconda il 25 gennaio 2019 e avanti così fino al 25 gennaio 2022.
Inoltre, mi piace decorare le pagine con un tema diverso ogni volta. Ad esempio il 21 e 22 gennaio erano così:
Tenere questo diario mi piace tantissimo perché:
segnare ogni giorno quello che succede è uno sfogo e un modo di fare ordine tra le mie idee;
nei prossimi anni avrò un confronto diretto con ciò che pensavo, vivevo e ritenevo importante gli anni precedenti e potrò capire in che direzione sto andando;
la possibilità di decorarlo mi dà modo di esprimere la mia vena artistica (altrimenti non ho mai occasione di mettermi a pasticciare con carta e colori).
Inoltre, grazie al poco spazio che ho a disposizione ogni giorno:
posso concentrarmi su ciò che è stato davvero importante quel giorno;
non rischio di scoraggiarmi la sera all’idea di dover riempire un’intera pagina bianca (a volte mi capita di non scrivere nemmeno, ma di attaccare soltanto quello che per me è un ricordo, come il biglietto di un ingresso a teatro o un fiore raccolto in un prato con i bambini).
Forse il benessere in cui viviamo ci ha un po’ infiacchite.
Sembra che non siamo più abituati a lottare per raggiungere i nostri obiettivi.
La fatica ci spaventa e l’attesa è insopportabile.
Per questo preferiamo ciò che ci dà piacere subito, a ciò che va conquistato con il tempo.
Cioè, preferiamo una piccola gratificazione immediata
ad esempio sdraiarci sul divano a guardare la TV
a una gratificazione maggiore ma faticosa da conquistare
ad esempio prenderci cura della nostra casa.
La buona notizia è che disciplina e forza di volontà si possono allenare e migliorare giorno dopo giorno.
Il segreto sta nel comportarsi in maniera coerente con quelli che sono i propri obiettivi di vita, senza lasciarsi distrarre da tutte quelle tentazioni che danno un piacere soltanto effimero.
Oggi vi lascio la traduzione di un testo di Christian Jarrett, intitolato “Perché siamo così legati alle nostre cose?”.
“Dopo aver visto la rabbia violenta mostrata dai bambini quando gli viene tolto un oggetto che considerano loro, Jean Piaget – un padre fondatore della psicologia infantile – fece una profonda osservazione sulla natura umana: il nostro senso del possesso emerge incredibilmente presto.
Perché siamo così possessivi?
Esiste un fenomeno noto in psicologia come “effetto dotazione”, per cui diamo un valore più alto agli oggetti quando li possediamo.
In una famosa dimostrazione, alcuni studenti dovevano scegliere tra una tazza di caffè o una tavoletta di cioccolato svizzero come premio per aver aiutato nella ricerca. Metà scelsero la tazza e metà il cioccolato. Quindi, sembravano dare lo stesso valore ai due premi.
Ad altri studenti venne data prima una tazza e poi la possibilità di scambiarla per una tavoletta di cioccolato, ma solo l’11% accettò.
Un altro gruppo di studenti ebbe prima il cioccolato e la maggior parte preferì tenerlo invece di scambiarlo.
In altre parole, gli studenti davano maggiore valore al premio ricevuto per primo.
In parte, ciò ha a che fare con la velocità con cui connettiamo il nostro senso dell’io e le cose che consideriamo nostre. Ciò si può vedere anche a livello neurale.
In un esperimento, alcuni neuroscienziati analizzarono il cervello dei partecipanti mentre ponevano vari oggetti in un cestino con la dicitura “mio” o in un altro con la dicitura “di Alex”.
Quando i partecipanti guardavano le cose nel loro cestino, i loro cervelli mostravano più attività in una regione che si accende normalmente quando pensiamo a noi stessi.
Un altro motivo di questo grande attaccamento è che fin dalla giovane età crediamo che le nostre cose siano uniche. Gli psicologi lo hanno dimostrato facendo credere a bambini dai 3 ai 6 anni di aver creato una macchina replicante, in grado di creare copie perfetti di qualsiasi cosa. Quando chiesero di scegliere tra il gioco preferito o una copia apparentemente perfetta, la maggior parte dei bambini scelse l’originale. Addirittura, spesso erano inorriditi all’idea di portare a casa una copia.
Questo pensiero magico riguardo gli oggetti è qualcosa che ci accompagna, anzi persiste nell’età adulta, divenendo più elaborato.
Per esempio, considerate l’alto valore dato agli oggetti posseduti da celebrità. È come se chi li compra credesse che tali oggetti siano in qualche modo imbevuti dell’essenza delle persone famose che li hanno posseduti.
Per ragioni simili, molti di noi sono restii a separarsi da oggetti di famiglia che ci fanno sentire legati ai nostri cari.
Queste credenze possono anche alterare la percezione del mondo fisico e cambiare le nostre prestazioni atletiche.
In un recente studio, ad alcuni partecipanti venne detto che stavano usando una mazza da golf appartenuta al campione Ben Curtis. Durante l’esperimento, percepivano la buca un centimetro più larga rispetto ai partecipanti che usavano una mazza normale e facevano facilmente più buche.
Sebbene il senso della proprietà emerga presto, anche la cultura fa la sua parte. Ad esempio, è stato scoperto da poco che la popolazione Hadza in Tanzania, isolata dalla cultura moderna, non mostra l'”effetto dotazione”. Questo probabilmente perché vivono in una società egualitaria dove si condivide quasi tutto.
All’altro estremo, a volte il nostro attaccamento alle cose va oltre.
Parte della causa del disordine da accumulo è un esagerato senso di responsabilità e protezione verso ciò che si possiede. Ecco perché chi ne soffre trova difficile buttare via qualsiasi cosa.
Osserviamo inoltre come la natura del nostro rapporto con ciò che possediamo cambierà con lo sviluppo delle tecnologie digitali. Molti hanno previsto la fine dei libri e dei dischi, ma, almeno per ora, ciò sembra prematuro.
Forse ci sarà sempre qualcosa di unico e soddisfacente nell’avere un oggetto tra le mani e chiamarlo proprio.”