Ognuno di noi ha degli obiettivi da raggiungere o dei sogni da realizzare.
Nel fare ciò, purtroppo, abbiamo un grande nemico: la nostra mente.
Essa ci porta pensieri quali “non ce la farò mai”, “è faticoso”, “non ne ho voglia”, “nessuno mi aiuta”.
E così, vorremmo una casa pulita e in ordine, vorremmo degli armadi ben organizzati e invece di darci da fare ci sediamo sul divano sconfitte.
Oggi, leggendo “Tecniche di resistenza interiore. Sopravvivere alle crisi con la resilienza” di Pietro Trabucchi ho scoperto che abbiamo un’arma. L’autore suggerisce infatti – per ciascuno di questi pensieri – di porsi la domanda: “mi è utile?”, “mi serve a qualcosa?”. Ogni pensiero inutile (ad esempio “non ce la farò mai”) va semplicemente cancellato dalla propria testa. Per altri pensieri invece, inutili se posti così come sono (ad esempio “nessuno mi aiuta”) si può cambiare la prospettiva, spostando la nostra attenzione dal problema alla soluzione.
Quindi non più “nessuno mi aiuta” (=pensiero inutile) bensì “dato che nessuno mi aiuta, cosa posso fare per farmi aiutare?” (=ricerca di una soluzione utile).
In questo modo lo possiamo rendere perfino divertente, come una sfida da vincere!!
Mi rendo conto che non è facile, perché si tratta davvero di essere in grado di governare la propria mente. Rimane il fatto che non ho nulla da perdere a provarci, quindi questo sarà il mio obiettivo per il 2018:
eliminare i pensieri inutili
spostare la mia attenzione dal problema alla soluzione.
La pubblicità che vediamo in televisione e sulle riviste ci trae in inganno: ci fa pensare che per risolvere qualsiasi nostro problema, basta acquistare un prodotto.
Ti annoi? Compra questo! Non ti senti accettato? Compra quello! Vuoi apparire più in forma? Compra quell’altro.
Tuttavia, se vogliamo cambiare una vita di cui non siamo soddisfatti, l’unica soluzione sta nel rimboccarci le maniche e darci da fare: ti annoi? cerca un’attività di volontariato. Non ti senti accettato? fai per primo tu qualcosa di gentile nei confronti dei tuoi vicini di casa. Vuoi apparire più in forma? mangia sano e fai attività fisica.
Troppe volte pensiamo di acquistare la soluzione magica e invece sono solo illusioni. Intanto, le nostre case si riempiono di oggetti inutili di cui poi dobbiamo prenderci cura, spendendo spazio, tempo e energia.
Forse il benessere in cui viviamo ci ha un po’ infiacchite.
Sembra che non siamo più abituati a lottare per raggiungere i nostri obiettivi.
La fatica ci spaventa e l’attesa è insopportabile.
Per questo preferiamo ciò che ci dà piacere subito, a ciò che va conquistato con il tempo.
Cioè, preferiamo una piccola gratificazione immediata
ad esempio sdraiarci sul divano a guardare la TV
a una gratificazione maggiore ma faticosa da conquistare
ad esempio prenderci cura della nostra casa.
La buona notizia è che disciplina e forza di volontà si possono allenare e migliorare giorno dopo giorno.
Il segreto sta nel comportarsi in maniera coerente con quelli che sono i propri obiettivi di vita, senza lasciarsi distrarre da tutte quelle tentazioni che danno un piacere soltanto effimero.
Oggi vi lascio la traduzione di un testo di Christian Jarrett, intitolato “Perché siamo così legati alle nostre cose?”.
“Dopo aver visto la rabbia violenta mostrata dai bambini quando gli viene tolto un oggetto che considerano loro, Jean Piaget – un padre fondatore della psicologia infantile – fece una profonda osservazione sulla natura umana: il nostro senso del possesso emerge incredibilmente presto.
Perché siamo così possessivi?
Esiste un fenomeno noto in psicologia come “effetto dotazione”, per cui diamo un valore più alto agli oggetti quando li possediamo.
In una famosa dimostrazione, alcuni studenti dovevano scegliere tra una tazza di caffè o una tavoletta di cioccolato svizzero come premio per aver aiutato nella ricerca. Metà scelsero la tazza e metà il cioccolato. Quindi, sembravano dare lo stesso valore ai due premi.
Ad altri studenti venne data prima una tazza e poi la possibilità di scambiarla per una tavoletta di cioccolato, ma solo l’11% accettò.
Un altro gruppo di studenti ebbe prima il cioccolato e la maggior parte preferì tenerlo invece di scambiarlo.
In altre parole, gli studenti davano maggiore valore al premio ricevuto per primo.
In parte, ciò ha a che fare con la velocità con cui connettiamo il nostro senso dell’io e le cose che consideriamo nostre. Ciò si può vedere anche a livello neurale.
In un esperimento, alcuni neuroscienziati analizzarono il cervello dei partecipanti mentre ponevano vari oggetti in un cestino con la dicitura “mio” o in un altro con la dicitura “di Alex”.
Quando i partecipanti guardavano le cose nel loro cestino, i loro cervelli mostravano più attività in una regione che si accende normalmente quando pensiamo a noi stessi.
Un altro motivo di questo grande attaccamento è che fin dalla giovane età crediamo che le nostre cose siano uniche. Gli psicologi lo hanno dimostrato facendo credere a bambini dai 3 ai 6 anni di aver creato una macchina replicante, in grado di creare copie perfetti di qualsiasi cosa. Quando chiesero di scegliere tra il gioco preferito o una copia apparentemente perfetta, la maggior parte dei bambini scelse l’originale. Addirittura, spesso erano inorriditi all’idea di portare a casa una copia.
Questo pensiero magico riguardo gli oggetti è qualcosa che ci accompagna, anzi persiste nell’età adulta, divenendo più elaborato.
Per esempio, considerate l’alto valore dato agli oggetti posseduti da celebrità. È come se chi li compra credesse che tali oggetti siano in qualche modo imbevuti dell’essenza delle persone famose che li hanno posseduti.
Per ragioni simili, molti di noi sono restii a separarsi da oggetti di famiglia che ci fanno sentire legati ai nostri cari.
Queste credenze possono anche alterare la percezione del mondo fisico e cambiare le nostre prestazioni atletiche.
In un recente studio, ad alcuni partecipanti venne detto che stavano usando una mazza da golf appartenuta al campione Ben Curtis. Durante l’esperimento, percepivano la buca un centimetro più larga rispetto ai partecipanti che usavano una mazza normale e facevano facilmente più buche.
Sebbene il senso della proprietà emerga presto, anche la cultura fa la sua parte. Ad esempio, è stato scoperto da poco che la popolazione Hadza in Tanzania, isolata dalla cultura moderna, non mostra l'”effetto dotazione”. Questo probabilmente perché vivono in una società egualitaria dove si condivide quasi tutto.
All’altro estremo, a volte il nostro attaccamento alle cose va oltre.
Parte della causa del disordine da accumulo è un esagerato senso di responsabilità e protezione verso ciò che si possiede. Ecco perché chi ne soffre trova difficile buttare via qualsiasi cosa.
Osserviamo inoltre come la natura del nostro rapporto con ciò che possediamo cambierà con lo sviluppo delle tecnologie digitali. Molti hanno previsto la fine dei libri e dei dischi, ma, almeno per ora, ciò sembra prematuro.
Forse ci sarà sempre qualcosa di unico e soddisfacente nell’avere un oggetto tra le mani e chiamarlo proprio.”